No other choice - Non c'è altra scelta
Park Chan-Wook torna con un film iper-costruito e
potente. Devo ammettere che il regista coreano non sbaglia un colpo. Anche
questo No other choice, che ha fatto parlare per il tema trattato,
ritorna sul concetto di tradimento e violenza, ma aggiunge altri tasselli alla
sua poetica filmica, spingendosi oltre i canoni del genere.
La storia si ispira al Cacciatore di teste di Costa Gravas (altro film che ho
amato), del quale prende la sinossi per svilupparlo in maniera differente.
Ci troviamo a
Seul, ma è come se fossimo in qualsiasi altra capitale dell’emisfero.
Un funzionario di una azienda, dopo 25 anni di lodevole carriera, viene
licenziato in tronco, per ragioni di efficienza poco chiare. Così la sua vita,
da idilliaca e tranquilla, si trasforma in poco tempo in un inferno fatto di
scontri familiari (bravissima la moglie), bugie, rancori e depressione.
Il licenziamento prima, la disoccupazione dopo, un impiego umiliante, colloqui
ancora più avvilenti, la paura di perdere la casa gli fanno escogitare un piano
diabolico al fine di eliminare la concorrenza per ottenere un nuovo posto di
lavoro. Ma gradualmente pure le sue certezze all’interno della famiglia iniziano
a scricchiolare.
Il capo famiglia capisce che sta per perdere tutto quello che ha costruito
negli anni: casa, oggetti di lusso, i cani e persino l’abbonamento Netflix
(questo ci fa capire quanto siamo legati al “futile”).
Anche la passione musicale della figlia è intesa come una futura indipendenza economica, e solo alla fine la madre (mentre la sente suonare) forse comprende che l'arte trascende il sistema materialista.
Così si
arriva alla svolta narrativa. La commedia dai toni grotteschi diventa dramma
dalle tinte cupe, e ormai il suo unico fine è quello di eliminare gli altri
candidati che hanno un profilo simile al suo.
Proprio
l'artigianalità del suo mestiere (la produzione di carta) fa da contrasto alla
decisione dei nuovi padroni americani di fronte all'ineluttabilità delle loro
scelte ("no other choice"...).
In questo film (come già in Parasite di Boong Joon-Ho) tutto è sviluppato per
eccesso, lo stile pulp-grottesco è voluto e la messa in scena caotica (anche la
macchina da presa sempre in primo piano gioca un ruolo importante su questo
versante).
E le vittime che vengono uccise (volutamente o per pura casualità) sono lo
specchio del protagonista che si rivede in loro.
E questo rende la storia ricca di sovrabbondanza narrativa. Ma è proprio questa
la sua forza, l’eccesso che si fa metafora del nuovo mondo. Lo stile dai toni
assurdi e sopra le righe, la stessa violenza viene utilizzata come linguaggio
filmico per fare comprendere l’assurdità della società iper-tecnologica in cui
siamo finiti, che ha come unico fondamento la disumanizzazione e la
dispensabilità dell’uomo.
E si arriva
al magnifico finale (uno dei più belli degli ultimi anni), con Man-su che entra
in modo trionfale nella nuova azienda, ormai automatizzata grazie all’ausilio
dell’intelligenza artificiale (il suo dirigente dice: “è finito il tempo in cui
si picchettano i rulli della carta”).
Ma la sua apparente soddisfazione per aver ritrovato il lavoro non è forse
essersi piegato al sistema? Anche lui, un esperto artigiano della carta, è
ormai un ingranaggio della società capitalista e disumanizzata.



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